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Il massiccio di Aielli

Ad est della catena del Gran Sasso d'Italia, si estende un massiccio montuoso piuttosto modesto per elevazione e grandezza, il quale, pur dipendendo orograficamente dalla catena principale, può a ben ragione essere considerato un sottogruppo dotato di una qualche autonomia. Si tratta di una serie di rilievi che si innalzano fra la valle del fiume Aterno, a sud, e la valle di Faschiano, sua tributaria, percorsa dal torrente Mozzano, a nord. I centri interessati da questa indagine sono (fig. 1): Pizzoli, Barete, Cagnano Amiterno (fraz. San Pelino), Montereale (fraz. Marana, Paganico). Capitignano, per un totale di 6 tenimenti.

La linea pedemontana che costituisce il limite verso valle della 'montagna', alla quale l'indagine è stata estesa, segue le carrozzabili che collegano fra di loro le ville di Pizzoli, e queste con le ville di Barete e con San Pelino. Verso la stretta di Marana, poi, la montagna arriva fino a ridosso del fiume Aterno, per poi discostarsene allorché si apre la piana di Montereale. Il limite pedemontano indietreggia allora a toccare le tre frazioni di Paganico, per tornare definitivamente a coincidere col corso della valle di Faschiano in tenimento di Capitignano.

Compresa entro i limiti così definiti, la regione di interesse è costituita da un unico altopiano, formato da diverse cime, incentrato attorno al pianoro di Aielli, da cui prende il nome Massiccio d'Aielli che sarà utilizzato in questo capitolo. Infatti, tale gruppo non ha mai avuto un nome specifico come quelli attribuiti ad altre aggregazioni montuose, senza dubbio più elevate, frequentate ed interessanti. Considerato nelle pubblicazioni escursionistico-alpinistiche come estrema propaggine occidentale del Gran Sasso o addirittura dei Monti della Laga, è stato incluso nella recente guida CAI n° 4 nel sottogruppo dei Monti dell'Alta Valle dell'Aterno.

La toponomastica

La regione che forma il fulcro del massiccio, invece, ha una tradizione piuttosto lunga in quanto a citazioni corografiche. Nell'Atlante di Rizzi-Zannoni (1808), di solito molto attento alle dizioni locali, il toponimo Vajelli è indicato col simbolo dell'abitato. Lo stesso nome si trova nell'Atlante Topografico di Marzolla (1854), che dall'opera di Rizzi-Zannoni dipende. Con le prime topografiche CAI, già nel 1884, invece, compare la dicitura Aielli, che rimane fino ad oggi.

Da queste attestazoni, sembra fuori di dubbio che l'origine del toponimo sia da ricondurre al diffuso tipo toponimico agello 'campicello', derivato del latino agellus, diminutivo di ager 'campo', che ha continuatori solo nella toponomastica, ma non nel lessico dei dialetti romanzi. Si tratta, infatti, di un pianoro da tempo coltivato, che anzi rappresenta l'unica località coltivabile per quasi tutti i paesi che gravitano attorno ad essa, se si escludono le strette contrade a ridosso del fiume Aterno. La regione è per questo abitata per gran parte dell'anno da allevatori e agricoltori di Barete, Pizzoli, Paganico, che vi hanno costruito numerosi casali, ovili, fontanili ecc., i quali coltivano patate, orzo, foraggio, ed anche grano.

Ma l'ipotesi sul toponimo è anche convalidata dalla situazione riscontrata dalla viva voce dei locali. L'ingresso verso nord dell'altopiano, in corrispondenza del valico (oggidì anche stradale) della Croce d'Aielli è in tenimento di Paganico, un agglomerato formato da tre ville in comune di Montereale. Presso i locali di Castello, la più elevata delle tre, la regione sommitale è detta l'ajélli, con articolo singolare che serve a puntualizzare e circoscrivere 'proprio' quella regione detta ajélli. Nella vicina villa di San Giovanni, inoltre, manca una designazione per l'altopiano, ma per indicare le tre cimette della montagna di Mozzano, la più alta del loro tenimento, i locali usano l'espressione pìcchi ajénni, la quale contiene il coronimo ajénni che certamente da Aielli dipende, pur essendosi verificato un altrimenti raro scambio di consonanti liquide.

Nell'altro centro di Pizzoli, che possiede buona parte del pianoro, la versione locale del toponimo può indurre, invece, a qualche dubbio. Qui si dice infatti naégli, come riporta anche la guida CAI, e tale designazione è italianizzata, ad esempio dai locali di Marruci, come Navelli. In effetti naégli è formalmente compatibile con Navelli, in virtù della palatalizzazione che, in area aquilana, colpisce il nesso -lli-, e della tendenza all'indebolimento della v in posizione intervocalica. Anche da un punto di vista semantico, tale interpretazione sarebbe del tutto plausibile, visto che un toponimo Navelli, così come quello dell'omonimo centro in provincia dell'Aquila, viene spesso interpretato come relitto lessicale derivato da un'antica base *nava, attribuita ad un non meglio identificato sostrato preindeuropeo (ed in particolare a quello ligure-iberico, visto che si confronta col basco naba 'concavità' e con vari toponimi di area ligure). Il significato della voce sarebbe proprio quello di 'conca, pianoro circondato da monti', che si adatta benissimo al nome di Navelli (Aq), in virtù dell'altopiano che da esso prende il nome, ai cui margini si trova il paese. Ed allora tale interpretazione sarebbe egualmente valida per il nostro naégli, magari ipotizzando che due tradizioni si siano fuse, l'una di origine preromana (in questo strato linguistico il nome dell'altopiano sarebbe stato derivato da nava), e l'altra di origine romanza, da agellus, che avrebbe avuto il sopravvento nelle rese ufficiali, ma con la prima affiorante ancora oggi nella dizione dialettale di Pizzoli.

Certo, quest'ultima, naégli, può comunque essere ricondotta alla serie formata da agellus, se si interpreta la n- come preposizione in agglutinata al toponimo, come spesso accade con i coronimi o i nomi dei paesi (qualche esempio: nangóna = Ancona, nevìlle = Villa, nàrene = Arano). Però rimane la difficoltà fonetica della sparizione totale del nesso latino -ge-, che invece avrebbe dovuto produrre un toponimo *najégli. Rimane allora valida l'ipotesi di un influsso di un preesistente Navelli su un successivo, e preponderante, Aielli.

Il citato strato linguistico detto 'mediterraneo' perché attestato in località anche molto lontane fra di loro nel bacino del Mediterraneo, è rappresentato da pochissimi nomi locali nella regione di interesse.

La montagna che domina l'abitato di Pizzoli presenta un toponimo di struttura e fonetica 'mediterranea': (mónde) màrine. La fomrnate atona o, se si vuole, l'accento sulla prima sillaba, è infatti riconosciuto come una importante 'spia' del sostrato. Del resto, la base *mar(r)- è comune ad oronimi del tipo (monte) marrone, e le è stata attribuito il significato di 'detriti', il che si applicherebbe bene al ripido versante sud della montagna. Non va quindi confusa con un'altra base, mara, questa di origine indeuropea (italica o anche latina), che si riferisce ad acquitrini, paludi, valli, avendo prodotto, tra gli altri, anche il nome di Marana, uno dei centri alle pendici del Massiccio d'Aielli.

Un nome come curucùzza, a Pizzoli (metatesi di un *cucurùzza) è interpretabile partendo dalla base cucc-, vitale come cucco in Piemonte, Sardegna, ecc. Il significato è quello di ‘poggio’, ed è equivalente all’italiano cocuzzolo. Nel toponimo menzionato è presente un’estensione in -r- della base originaria.

Alla fase tardo-antica della storia linguistica della regione, vanno riferiti i toponimi prediali, riconoscibili per la formante -anus applicata a personali latini. L’esempio più importante è il nome della montagna di Mozzano, che deriva da un Mottius, Muttius o simili, come alcuni toponimi dell’Italia settentrionale (Mozzate (Co), Mozzo (Bg), Muccia (Mc)). Incerti sono Faschiano, nome della valle tributaria dell’Aterno, e Fugnano, località presso Paganico, mentre Dommazzano (Barete) risulta da un incrocio fra Don e un personale del tipo Dalmatius.

Lo strato linguistico schiettamente medievale è riconoscibile per la presenza di termini del lessico romano-germanico, nonché collegabili alla fase dell’incastellamento (a partire dal X sec.). E’ noto che dei ruderi sono visibili in località castégliu vécchju, sopra Pizzoli, così come sopra Barete, sulla montagna quivi detta castégliu, ci sono i resti della ròcca, costituiti da un corpo quadrato con l’ingresso rivolto a sud e da una torre presumibilmente cilindrica sul lato destro.

Il toponimo le tre tùrri che a Pizzoli indica la cima di Mozzano è invece un evidente traslato geografico, considerando che pure a Paganico i locali danno un nome alla tre cimette che svettano in cresta, chiamandole pìcchi. Però sulla più alta delle tre elevazioni, c’era davvero una torre di avvistamento (sec. XII ?), dalla presenza della quale può essere scaturita la designazione dialettale.

Anche il nome della montagna di Castiglione (castiglió a Marana, castiglióne a Paganico) sarà da attribuire ad un traslato geografico, pur se è noto che la zona è stata a lungo frequentata: poco a valle della cima, fu addirittura edificato un convento di monache, probabilmente agli inizi del sec. XV, presto andato diruto. Per la vicina cima chiamata castegliummànnu a San Pelino, castellummànnu a Marana, si può invece escludere un origine geomorfica, dato il secondo elemento del toponimo che, pure se non chiaro in mancanza di attestazioni antiche, può ragionevolmente essere interpretato come un personale medievale.

I dialetti

Il successivo strato latino e romanzo è, ovviamente, il più prolifico nella toponomastica della zona. Va, a questo punto, ricordata una classificazione, che si può abbozzare, dei dialetti dei centri considerati, continuatori delle particolari parlate latine locali.

Per quanto riguarda il vocalismo tonico, tutti i centri sono stati raggiunti dal fenomeno fonetico noto come metafonia (da -u e da -i). Tale fenomeno consiste nell’alterazione della vocale su cui cade l’accento tonico, per effetto di una -u o una -i finale. Questa situazione si presenta in maniera vistosa nei sostantivi maschili e neutri della seconda declinazione (latino -us, -um, latino regionale -u) e, rispettivamente, nei plurali dei primi (latino -i). Per effetto della metafonia, le vocali medio-alte (è, ò) si alterano in é, ó (secondo lo schema della metafonia sabina, giacché in quella napoletana si ha dittongazione, ie, uo), mentre le vocali medio-basse (é, ó) si chiudono in ì, ù. Nelle parlate della zona, tutte riconducibili al ceppo sabino, non si manifestano casi di metafonia di à.

Per quanto riguarda il vocalismo atono, è significativo l’esito delle vocali finali latine -u, -o che rimangono distinte in tutti i centri considerati. E’ questo uno dei tratti distintivi dei dialetti umbro-sabini: tale gruppo di parlate si differenzia dal complesso toscano (e romano) proprio perché in questi ultimi le citate vocali finali confluiscono nell’unico esito -o, oltre al fatto che essi non conoscono metafonia. Del resto, le parlate umbro-sabine si differenziano dalla contermine area dialettale forconese-marsicana perché quivi le vocali atone latine si sono conguagliate nel vocoide medio (‘vocale indistinta’, o ‘schwa’) indicato con ë nelle altre pagine della TAA.

Per quanto riguarda il consonantismo, oltre ai fenomeni generalmente centromeridionali, quali le assimilazioni di -nd- e -mb- a -nn- e -mm-, la tendenza alla riduzione di b a v, le svariate soluzioni per certi nessi consonantici di liquida più occlusiva, come -lt-, -lb-, -lp-, ecc., occorre citare un fenomeno che divide dialettologicamente in due porzioni l’area esaminata. Si tratta della resa palatale dei nessi -li-, -lu-, -llu-, -lli- che riguarda l’area propriamente aquilana del dominio umbro-sabino, mentre tale fenomeno è sconosciuto nei paesi di dialetto novertino. Appartengono al primo gruppo i centri di Pizzoli, Barete, San Pelino, tutti a sud della stretta di Marana che funge da confine linguistico. Al gruppo novertino sono invece da ascrivere Marana stessa, Paganico e Capitignano, così come l’intera area a nord della stretta, ivi incluse Montereale e Campotosto con le relative frazioni, già appartenenti al contado novertino di Amatrice (fig. 2).

Orografia

Il Massiccio d’Aielli è compreso, dal punto di vista orografico, fra i solchi vallivi della valle di Faschiano, dalla sorgente alla confluenza nell’Aterno presso Montereale, a nord, dal fiume Aterno stesso, a nordovest a monte della stretta di Marana e poi a sudovest a valle di questa, dal vallone delle Cese fino al valico delle Capannelle, ad est (fig. 3).

Il valico delle Capannelle (1280 m) salda il massiccio alla catena del Gran Sasso. La prima elevazione che si incontra lungo la cresta spartiacque è quella della Serra (1523 m, la sèrra a Pizzoli), che ha come appendice il cocuzzolo di Pago (1521 m, ju pàgu a Pizzoli). Oltre la sella delle Pozze (1473 m, le pózze a Pizzoli) si innalza la montagna della Faeta (faéta a Barete), la cui massima elevazione è il Colle Grande (1531 m, còlle rànne a Pizzoli), che è anche la quota più alta dell’intero massiccio. Quindi la cresta si deprime alla Forca Carrara (1385 m, fórca carràra a Pizzoli, fórca carràra a Barete) per salire di nuovo con la dentellata cima di Mozzano (1493 m, mozzànu e pìcchi ajénni, a Paganico, le tùrri a Pizzoli).

La montagna della Faeta è delimitata verso sud dal piccolo pianoro di Recchiuti (recchiùti a Pizzoli), dal quale nascono diversi rii che gettano le acque nel fiume Aterno. A sud del pianoro, due importanti propaggini si staccano dalla linea spartiacque. Un primo crinale va a culminare con la cima del tavolato di Monte Marine (1491 m, mónde màrine a Pizzoli, castégliu a Barete), sopra Pizzoli. Un secondo ramo è quello che, con giro tortuoso, comprende la cimata della montagna del Lato (1426 m, làtu a Barete), sopra Tarignano. Fra le due montagne, si apre la Valle Donica (màlle òneca a Barete).

La regione che dà il nome all’intero massiccio è quella di Aielli, formata da un minuscolo bacino endoreico (1174 m, l’ajélli, ajénni a Paganico, naégli a Pizzoli) sbarrato a nord da una linea orografica che parte dal nodo di Mozzano, scende al valico della Croce d’Aielli (1175 m), e risale al di là con le numerose elevazioni che formano l’altopiano dei Cupi (1356 m, ji cùpi a San Pelino, ji cùpi a Barete, li cùpi a Paganico). Le propaggini più meridionali di questa montagna, che sovrastano l’abitato di San Pelino, sono separate dal Lato dalla lunga valle di Grotta Nera (rótte néra a Barete).

Dalla cima dei Cupi una lunga ed esile crestina si dirige verso ovest, formando lo spartiacque fra il bacino dell’Aterno a sud e quello a nord della stretta di Marana. L’elevazione più cospicua che si trova su questa linea è la cima del Castiglione (1317 m, castiglió a Marana, castiglióne a Paganico). Da questo nodo, la cresta si biforca: un ramo è quello che punta direttamente sulla stretta, caratterizzato dalla cimetta di Colle Madonna (1139 m, còlle maddònna a Marana). Il secondo ramo, più a nord, si arcua con la Costa Reale (1076 m, còsta reàle a Marana) e muore sopra l’Aterno, in corrispondenza dei ‘Casali D’Abruzzo’.

Nel versante nord del massiccio, compresa fra il crinale di Costa Reale ed il costone di Mozzano, si incunea la valle del Fosso Grande (fùssu rànne, lu fùssu a Paganico).