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Barete

Appunti sul paese

Il comune di Barete comprende due nuclei abitativi distinti, il primo incentrato sull'omonimo capoluogo, e comprendente le frazioni (che ormai possono considerarsi rioni) di Tarignano e San Vito, nonché, più defilata, Sant'Eusanio. Il secondo agglomerato, noto come Colli, è costituito invece dai villaggi di Colledisù, Teora, San Sabino e Basanello. In entrambi i nuclei, si parla un dialetto di tipo aquilano. Il territorio comunale si incunea fra quelli di Cagnano Amiterno e Pizzoli, confinando anche, per un tratto, con il tenimento di Preturo del comune dell'Aquila.

L’origine degli insediamenti demici nella zona dell’attuale Barete è da farsi risalire, secondo alcuni, al tempo di Amiterno, quando qui doveva esistere un vicus della città sabino-romana. Riprendendo le attestazioni d’archivio del toponimo (...Lavareta...), alcuni autori hanno voluto interpretarlo come un (?) Lavacrum Amiterni, ipotizzando che l’attuale località di Barete era il ‘bagno termale’ di Amiternum. In realtà, il toponimo, già presente nei documenti d’epoca farfense (sec. X) è riflesso di un latino laveretum, collettivo di laver, -eris 'specie di crescione, pianta dei terreni umidi', con deglutinazione della prima sillaba, sentita come articolo (localmente il paese è La Barete) e passaggio di v- a b- frequente nei dialetti sabini. Quanto ai nomi delle frazioni, Basanello e Tarignano si configurano come derivati da personali latini Bassus e, rispettivamente, Tarinius, attraverso il tipico suffisso –ano dei prediali, mentre il nome di Teora è un riflesso del latino teguria, plurale di tegurium ‘capanna’. Prima dell’epoca normanna (sec. XII), l’abitato di Barete viene incastellato, munendolo di una rocca su un cocuzzolo che domina le sottostanti ville. Questo castrum concorre alla fondazione della città dell’Aquila, edificando la chiesa di San Paolo, che porta lo stesso titolo di quella che si trova poco fuori del paese, lungo il fiume.

Questa chiesa venne edificata nel sec. XI, e rivestì grande importanza come chiesa pievale. Nel paese si trova anche la chiesa di San Vito, mentre fuori dall'abitato, in montagna troviamo le cappelle di Santa Maria della Valle e di Santa Maria del Monte (sec. XVIII). I ruderi della rocca (sec. XIII) sono visibili su un cocuzzolo che domina il paese, mentre a Colli sono notevoli la chiesa di San Sabino (sec. XVI), la chiesa cimiteriale di Santa Maria di Loreto sotto Basanello, ed i ruderi della chiesa di Santa Maria della Rocchetta, sovrapposta ad una preesistente rocca, sull'omonima montagna.

Appunti sul territorio

Il tratto appartenente a Barete del massiccio d'Aielli è compreso fra quello di Pizzoli ad est, e quello di San Pelino di Cagnano ad ovest.

Di esso fa parte un breve tratto del crinale spartiacque (fra la valle di Faschiano e la valle dell'Aterno), attorno alle cime di còlle rànne (1531 m) e del còlle ella màcchja (1526 m). Alcuni crinale secondari, ben più importanti, però, si protendono fin verso la fascia pedemontana occupata dagli abitati. Si tratta, da est verso ovest, del crinale di castégliu, continuazione della montagna di curucùzza di Pizzoli, della montagna di cróce làtu (1426 m), del còlle ella solàgna (1345 m). Fra i primi due scorre la màlle òneca, mentre fra il secondo ed il terzo c'è la valle di rótte néra, entrambe uscenti dagli altopiani di Recchiuti e Aielli. A fare da confine con San Peligno di Cagnano, poi, è il breve fùssu ella réte.

Le sorgenti sono numerose, e concentrate nella parte alta delle citate valli, nonché nei dintorni del pianoro di Aielli che solo parzialmente rientra nei confini comunali di Barete. Vanno ricordate le sorgenti dello sbollènde, delle riòla e di acquatìna, nonché la fonte di sallorénzu sotto la cimata di cróce làtu ed alcuni fontanili nel pianoro di fornàra.

I sentieri CAI riguardanti Barete sono, nell'ordine, il n° 19 da Barete alla cima del Castiglione, il n° 20 da Barete alla cima delle Tre Torri, il n° 21 da Barete alla cima di Croce Lato (su IGM Monte San Lorenzo).

La toponomastica

La montagna di Castello
1. L’abitato di Barete si trova ai piedi di un largo crinale, compreso per buona parte all’interno dei confini di Pizzoli, dove è chiamato curucùzza, e che rappresenta una continuazione di Monte Marine. La porzione pertinente a Barete culmina con un cocuzzolo (1402 m) noto come castégliu, per via del caratterse svettante dell’asperità, che pare dal basso essere tipica sede di un ‘castello’. Invece, una vera fortificazione esisteva a quota 1206 m, nella località ancora oggi ricordata col nome ròcca, dove si vedono dei ruderi costituiti da un corpo quadrato e da resti di una torre presumibilmente cilindrica.

2. I ruderi della rocca di Barete possono essere raggiunti dal paese imboccando, dalla “Via della Rocca”, la mulattiera che si dirige in un vallone (sentiero CAI n° 20), per poi deviare subito a destra su un sentiero di rimboschimento che taglia i ripidi pendii delle làme. Questi, prima del rimboschimento dovevano essere soggetti a frana, come ancora oggi si intuisce osservando la condizione del suolo al di sotto del manto della pineta. Lo testimonia anche il toponimo, che riflette l’appellativo di origine prelatina lama, diffuso in tutto l’Appennino Centrale ad indicare la ‘frana’.

3. Il crinale dove si trova la rocca è anche detto del pagaróne, e così è indicato sulla cartografia IGM, che riporta il Pagarone. Si tratta di un riflesso del latino pagus, pago, usato probabilmente nella sua accezione originaria, che è ‘segno di confine, confine’, piuttosto che in quella successiva di ‘insediamento di campagna, distretto rurale’. Una designazione analoga, va ricordato, si trova nella vicina Pizzoli, dove anche indica un ripido crinale che si innalza a monte di un abitato.

4. Ad est dell’abitato, verso i confini con Pizzoli, la montagna si fa nuda, ed è chiamata la remmónna. Tale nome è un derivato intensivo (prefisso re-) di un appellativo mónna, equivalente all’italiano monda, dall’aggettivo latino mundus ‘pulito’, nel senso ‘libero dalla vegetazione’.


La Valle Donica
5. Il vallone che sfocia presso Barete, seguito dal sentiero CAI n° 20, è la màlle òneca, seconda per lunghezza solo alla successiva valle di Grotta Nera, in questo versante del massiccio d’Aielli. Il toponimo, come è chiaramente indicato dalla corretta traduzione presente sulla cartografia IGM, Valle Donica, è composto di valle e della variante dialettale locale di un aggettivo dom(i)nicus, ‘del dominus, del signore’, ed è molto frequente in toponomastica.

6. Proseguendo lungo la Valle Donica, costeggiando l’acquedotto di Barete, si giunge ad un bivio, a quota 1120 m ca., con un sentierino che risale sulla destra orografica della valle, fino alla sorgente di sallorénzu, recentemente sistemata. L’agionimo riflette il culto di San Lorenzo, di cui non si hanno però tracce a Barete.

7. Dopo il bivio, la mulattiera rimonta la costa alla sinistra orografica della valle, nota come còlle egli pisciarégli, posta sotto la sorgente delle Fontanelle in territorio di Pizzoli. I pisciarégli che si trovano nella specifica del toponimo sono una serie di brevi ma ripidi fossi apportatori di acque alla valle principale, donde l’appellativo pisciaro che è un denominale dal verbo pisciare. Nella zona, un po’ più ad est, deve esserci anche una altra piccola sorgente, detta di spacciapà, da un soprannome locale di Pizzoli.

8. Ancora oltre, a 1277 m, c’è un rifugio comunale, in località sandapùpa, ignorato dalla cartografia IGM ma riportato in quella della guida CAI. Anche questo agionimo è piuttosto oscuro, ma indica di certo la presenza di una statuina, di una santa o della Madonna, che adornava qualche cappella, o semplicemente un incavo in una roccia particolare. Il suo equivalente ‘maschile’ sarebbe santarello, di cui pure si hanno tracce nella toponomastica.

9. La valle, dopo il rifugio, compie un’ampia curva, allargandosi nel pianoro che i locali di Pizzoli chiamano le pratèlle, nome ripreso anche dalla cartografia IGM, Pratelle. Si tratta di un diminutivo del diffuso appellativo prata, in origine voce neutra plurale, che indica una piana coltivata, in contrapposizione a prato che è il vero ‘prato (di erba medica, trifoglio, ecc.)’.

10. Con i coltivi dell’àra egliu préte, si entra nella regione di Recchiuti, per lo più appartenente a Pizzoli. Qui il termine ara ‘aia’, dovrebbe indicare un vero e proprio spiazzo adibito alla battitura del grano o di altri cereali. Probabilmente, andrebbe cercata su un terrazzo che sovrasta di poco la piana (1312 m), sulla quale le carte IGM riportano il segno che indica la presenza di ruderi, forse appartenenti ad una casetta.


La montagna di Lato
11. Il crinale che sovrasta la villa di Tarignano è detto cróce làtu. Non è questa, invero, la denominazione ufficiale, dato che le carte IGM e la guida CAI riportano un M. S. Lorenzo, ma tale designazione è chiaramente dipendente dal nome della sorgente di sallorénzu, che si trova più in basso, nel bosco. Il toponimo dialettale, invece, richiama la presenza di una antica croce (forse di legno, ma la guida CAI non ne parla) sulla cima, mentre il nome làtu della montagna riflette l’aggettivo latino latus ‘largo’, che non ha continuatori nel lessico, ma invece è ben diffuso in toponomastica, soprattutto in area aquilana (si confrontino designazioni come Monte Lato, Costa Lata, Valle Lata a Termine, Aragno, Camarda, Forcella, tutti centri vicini a Barete).

12. La montagna di Lato non è risalita da sentieri praticabili, perché interamente boscosa, a parte un breve tratto noto per questo come le schjàzze, ovvero 'le spiazze', dal latino platea, ‘luogo piano, aperto’, che indica delle radure. Anche le carte IGM riportano tale denominazione.

13. La cima più alta si eleva a quota 1426 m, ed è delimitata a nord dal piccolo pianoro delle fósse, nel quale si trovano alcuni muretti a secco, nonché alcuni casali. Va ricordato che il termine fossa indica delle località coltivate situate in avvallamenti, e perciò è distinto da fosso, che esprime il concetto geomorfico di ‘impluvio’.

14. La piana delle Fosse è dominata dalla crestina biforcuta di còlle cannavìne (1413 m). Si tratta di una zona umida, a giudicare dal toponimo, che riflette il termine cannavina ‘luogo adatto alla coltivazione della canapa’. In effetti, non lontano, si trova l’importante sorgente di fónde acquatìna, che serve un fontanile collocato più in basso (1248 m). Il nome della sorgente è un derivato intensivo di acqua, nel senso ‘che porta acqua’, ed è riportato sulla cartografia IGM come Sorg.te Acquatina.

15. La valletta dove si trova la Fonte Acquatina è chiusa a monte dal còlle lùngu, così chiamato per via della forma, che si protende con diverse elevazioni fino all’omonimo casale (1330 m), situato nella valletta di màlle rinniéri. Quest’ultimo toponimo richiama un personale medievale, di probabile origine franco-normanna, tipo Ranieri.

16. Ad est della sorgente, invece, c’è il còlle ella lamàta, culminante con la quota 1340 m, il cui nome riprende il termina lamata, derivato intensivo di lama ‘frana’.


La Valle di Grotta Nera
17. La valle che sfocia nei pressi della chiesetta di Santa Maria della Valle è detta di rótte néra, dal nome di una ‘grotta nera’ che si trova piuttosto in basso, sulla destra orografica del fosso (quota 900-1000 m). Anche la cartografia IGM ha ripreso questo toponimo, riportato come V. di Grotta Nera.

18. Una pittoresca mulattiera (sentiero CAI n° 19) risale interamente la valle, trovando, a quota 1188 m la cappella di Santa Maria del Monte. Poco oltre c’è un bivio con un vecchio sentiero, detto la tagliàta, che sale sulla destra verso la cima di Croce Lato. Il tipo toponimico tagliata si riferisce sempre concretamente ad un’azione di taglio, in questo caso all’abbattimento di alberi per consentire il passaggio. Questo versante è infatti coperto dal fitto bosco di Lato, e poi, più a monte, dalla più rada boscaglia di cesaótto. Questa deve avere la funzione di ceduo, visto che il nome è un derivato dal latino caesaliscesale, cesa’, a sua volta da (silva) caesa ‘tagliata’. Il suffisso presente nel toponimo ha valore di diminutivo. Va ricordato che appena a monte del bosco, si trova la diruta capànna de micchèle, non segnata sulle carte IGM, la quale sembra coincidere con il casàle degliu tàsciu citato dalla guida CAI (1340 m), dato che tasso può essere un soprannome per ‘una persona grassa’.

19. Proseguendo lungo la valle, la si vede allargarsi nell’imbuto della fornàra, dove è un fontanile (1161 m). La località è generata dalla confluenza di alcuni fossi provenienti dai dossi circostanti, e la decisa esposizione a sud, oltre alla forma racchiusa ed incassata, la rendono un luogo assai caldo, donde l’appellativo forno da cui deriva il toponimo, attraverso un derivato in -aro, ripreso dalla designazione IGM Fornara, ma equivalente all’italiano -aio (latino -arius).

20. Oltre l’imbuto della Fornara, la valle si stringe di nuovo in corrispondenza di una propaggine (1219 m) del piccolo tavolato di sàla ròssa, un tempo coltivato. Il toponimo non pare riflettere il nome di origine longobarda sala 'corte, edificio', come l'omonima frazione di Cagnano, bensì un franco-normanno sala 'grande camera' e poi 'spiazzo, radura', come l'italiano sala. L'aggettivo è grossa, come conferma l’omofona resa del toponimo a Paganico, ma sulla cartografia IGM è svisato in Sala Rossa.


La regione di Aielli
21. Superata la strettoia sotto la Sala Grossa, si entra nel vasto altopiano di Aielli. Qui si incontra in breve la carrareccia proveniente da Pizzoli, lungo la quale si trovano le importanti fonti delle rìola e, più avanti, dello sbollènde. Entrambe le sorgenti sono segnate sulla cartografia IGM, la prima come Sorg.te Riola, la seconda come Sorg.te Sbollente. Il primo toponimo è un riflesso di rivulus ‘rivolo, ruscello’, reso al femminile (con caduta della v in posizione intervocalica), mentre il secondo deriva dal fatto che l’acqua vi sembra ribollire.

22. Poco ad ovest della sorgente dello Sbollente, si trova un’appartata vallecola detta ji folecàri. Tale nome è formazione latina, da una voce *filicaria ‘felceto’, da filex, -icis ‘felce’, ed indica una località umida dove vegetano le felci.

23. Andando verso Paganico, invece, si raggiunge in breve il quadrivio del càpo cróce (1190 m), dove è un fontanile (segnato sulle carte IGM come F.te Capo Croce) , in territorio di Pizzoli. Il nome della località probabilmente si confronta con quello dell’altra estremità del pianoro, che è la Croce (di Aielli), dove si trova veramente una croce, mentre il capo indica che si tratta dell’inizio della regione, per chi proviene da Barete o Pizzoli.


La montagna dei Cupi

24. Il crinale più occidentale del territorio di Barete si estende ai confini con Cagnano, a monte della carrozzabile Barete-San Pelino. Fa parte, dal punto di vista orografico, del vasto altopiano dei Cupi, che presenta la massima elevazione in territorio di San Pelino. La propaggine che riguarda Barete è il còlle ella solàgna (1345 m), chiamato semplicemente la Solagna sulla cartografia IGM. In realtà, l’appellativo solagna va riferito al versante meridionale, che guarda a sud sopra la cappella di Santa Maria del Monte, dove si transitava con frequenza. Deriva infatti dalla locuzione (terra) solanea ‘luogo esposto a sole, a sud’.

25. Le pendici del Colle della Solagna sono caratterizzate da una mulattiera che le taglia in diagonale, portandosi alla fónde àcculi in territorio di San Pelino. La via attraversa i coltivi di terramàcchja, toponimo composto da terra, proprio nel senso di ‘terreno’, e di macchia ‘boscaglia’.

26. Più in basso, attraversati dalla carrozzabile Barete-San Pelino, c’è la contrada di dommazzànu. Si configura, questo, come un toponimo fondiario, derivante da un personale latino del tipo Dalmatius, eventualmente incrociatosi con il prefisso Don ‘Signore’.