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San Pelino (Cagnano Amiterno)

Appunti sul territorio

Il cantuccio del Massiccio d’Aielli riservato al comune di Cagnano costituisce il tenimento montano della frazione San Pelino, che si estende fino ai margini dell’altopiano, compreso fra i territori di Barete, ad est, e Marana, ad ovest.

Della cintura esterna dell’altopiano, appartengono a San Pelino le elevazioni dei cùpi (1356 m), di certopiànu (1300 m), di cornìgliu (1295 m) e di castegliummànnu (1293 m). Tutti questi colli scendono con lunghi crinali al fiume Aterno: fra il primo ed il secondo c’è la valle di fonte fumèrica, fra il terzo ed il quarto l’impluvio delle fósse. Una terza valle si estende ad ovest di castegliummànnu, ed è la malelónga.

Scarse sono le emergenze storico-architettoniche sulla piccola montagna di San Pelino: lungo la strada provinciale Picente, si trova la cappelletta di Santa Maria del Bisogno, mentre più avanti vi è la costruzione in passato nota come Osteria del Sambuco.

La sentieristica CAI trascura questo settore montano, passando unicamente sull’altopiano con l’itinerario n° 19 che, da Barete porta alla cima di M. Castiglione.

La toponomastica

La montagna dei Cupi
1. La montagna di San Pelino comincia in corrispondenza di un lungo vallone, tributario del fiume Aterno, dove sfocia alla periferia dell’abitato. Tale vallone è indicato come F.so della Rete sulla cartografia IGM, che riporta anche un secondo toponimo, C.le della Rete, in territorio di Barete. Entrambe le designazioni non sono però molto conosciute dai paesani, presso i quali è stato udito un poco convinto fùssu ella réte; anche l’origine dell’appellativo rete appare oscuro. Ben nota è, invece, all’interno di questo vallone, la sorgente di fónde àcculi (detta semplicemente àcculi a Barete), il cui nome ufficiale è Sorg.te Acquoli (1040 m), che ben traduce il toponimo dialettale, visto che questo deriva da un diminutivo (suffisso atono -ulus) di acqua ‘sorgente’.

2. Oltre la confluenza del Fosso della Rete, e di un altro vallone senza nome che scorre quasi parallelo al primo, si trova, proprio dirimpetto al paese, la protuberanza di còlle màju, che appare quasi come un colle a sé stante se visto da San Pelino. Il nome della località le deriva dal fatto di essere avvertito come il ‘maggiore’, latino maior, da cui la diffusa designazione majo, di solito resa in italiano con ‘maggio’. Sulla spianata che costituisce la ‘cima’ di questo colle, è inoltre da segnalare la rótte egliu lùpe, la ‘grotta del lupo’.

3. Più ad ovest, scende all’Aterno il vallone più importante e frequentato di quelli di pertinenza di San Pelino, risalito da una mulattiera che partiva dal paese. La valle non ha nome sulla cartografia IGM, che però riporta il toponimo Vallelonga nella sua parte alta. In realtà, per i locali, malelónga si riferisce ad altra località, mentre quella in esame prende semplicemente il nome dalla fonte fumèrica (1126 m) che si trova al suo interno. Il nome di questa sorgente, riportato dall’IGM come F.te Fumerica, deriva presumbilmente dalla presenza di vapori (fumi), giacchè il suffisso -èra (di derivazione franco-normanna, italiano -iera) ha valore collettivo, mentre -ica è aggettivale.

4. Lungo la mulattiera che saliva alla Fonte Fumerica, si toccavano i coltivi situati nella contrada tenerìgli, a ridosso della valle. Il toponimo deriva dalla tipologia del terreno, tenero da lavorare, attraverso un suffisso -illo, già presente nel latino, dal valore diminutivo.

5. Continuando verso la sorgente, si poteva osservare il grosso macigno detto, come altre designazioni analoghe, del cannóne per via di un caratteristico buco. Salendo ancora, la via, non più praticata, raggiungeva i margini della spianata sommitale dei cùpi, la regione che chiude da questo lato l’altopiano d’Aielli. L’origine del toponimo, riportato correttamente come i Cupi anche sulla cartografia IGM, è da ricercare nella morfologia del sito: ai dossi che costituiscono la regione, si alternano diverse vallecole incassate, dette per l’appunto cupi.

6. Ad ovest del fosso di Fonte Fumerica, vi è lo scrimone di certopiànu, che in alto fa capo al secondo dei colli che si vedono dal paese (1300 m), sulla spianata sommitale. In effetti, l’aggettivo piano che si trova nel toponimo fa ritenere che originariamente questo sia stato applicato proprio all’elevazione, allorché questa, in precedenza ricoperta da vegetazione, fu disboscata per essere ridotta a coltura o a pascolo. Il toponimo, infatti, assai diffuso, è composto di cerreto, ‘bosco di cerri’, dal fitonimo latino cerretum, e di piano.

7. Affianco al cocuzzolo di certopiànu, si trova un altro collicchio (1295 m), ben visibile dall’abitato, ma senza un nome specifico. In zona, però, i locali ricordano una località cornìgliu che, visto il nome che è un diminutivo (suffisso -illo) di corno, può ben riferirsi, almeno in origine, al cocuzzolo stesso. Fra i due colli, più in basso, si trova la località delle schjaràzze, probabilmente sul pendio dove le carte IGM segnano dei ruderi (1248 m). Quanto al toponimo, esso deriva da un incrocio fra il termine schiazza ‘radura’, dal latino *ex-platea, e l’aggettivo chiaro, nel senso di ‘pulito, libero dalla vegetazione’, ed è diffuso in area aquilana.

8. Il secondo fosso che si vede da San Pelino, ad ovest di quello di Fonte Fumerica, è l’impluvio delle fósse. Il nome plurale indica che, ancora una volta, il toponimo era originariamente applicato alla parte alta, che nasce sull’altopiano da una serie di vallecole, e poi traslato al corso inferiore, assai meno importante. La cartografia IGM trascura questo nome, inserendo il toponimo Sasso Piano non rilevato dall’indagine condotta sul posto.

9. Il terzo colle visibile dall’abitato è il crinale ad ovest delle Fosse, che culmina con la cima (1293 m) indicata sulle carte IGM col nome C.le Castelmanno. Si tratta in effetti del colle che i locali conoscono come castegliummànnu (a Marana, castellummànnu), senza saper dire con certezza se vi si trovino ruderi di qualche specie. In ogni caso, sembra da escludere una derivazione del toponimo da ‘castello magno’, cioè dal latino magnus ‘grande’, e quindi l’appellativo sarà da ricondurre a qualche personale, magari medievale. Ciò escluderebbe un’origine geomorfica della designazione castello, dovuta cioè semplicemente al fatto che la cima è svettante e ricorda quelle dove si costruivano in genere i castelli.

10. In basso sul crinale di castegliummànnu, appena sopra la provinciale, in prossimità della zona detta ‘dei tre ponti’, si trova la calecàra, una macchia, cioè, dove si cavavano le pietre (latino calcaria) per fare la calce. Vi si trovano dei ruderi, forse di una ‘casetta’, riportati sulle carte IGM a quota 843 m.

11. Ai margini occidentali della calecàra, sfocia il terzo dei valloni che si vedono ad ovest dell’abitato. Si tratta di quello che i locali chiamano malelónga, ossia ‘valle lunga’, da non confondere con una località dal nome analogo che si trova sull’altopiano, in tenimento di Paganico, dal quale dipende il nome riportato sulla cartografia IGM Vallelonga.

12. L’ultima località visibile da San Pelino, a confine con Marana, è il bosco delle macchjarèlle. Il toponimo, diminutivo (doppio suffisso -arello) di macchia ‘bosco intricato’, derivato dal latino macula ‘macchia’, non si applica quindi al versante merdionale della valle dell’Aterno, come invece riporta la cartografia IGM con il nome Macchiarelle.